
Il Padiglione Polacco fa parte dell’Edificio disegnato dall’Architetto Brenno Del Giudice nel 1938, quando la Biennale di Venezia era sotto il controllo del Fascismo.
Nel 2011 per la prima volta nella storia del Padiglione Polacco alla Biennale di Venezia, la Polonia viene rappresentata da un’artista straniera.
Yael Bartana è nata, infatti, a Israele nel 1970; attualmente vive e lavora tra Amsterdam e Tel Aviv. Ha avuto numerose mostre personali tra cui: Foksal Gallery, Varsavia, Center fo Contemporary Art, Tel Aviv, The Power Plant, Toronto, San Gallo Museum, St. Gallen, Sommer Contemporary Art, Tel Aviv, MIT List Visual Arts Center, Cambridge, Massachusetts. Diverse anche le partecipazioni in mostre collettive, tra cui: Henry Moore Institute, Leeds, Museo de Arte Contemporaneo de Castilla y Leon, Documenta 12, Kassel, Walker Art Center, Minneapolis, Centre Pompidou, 27° Bienal de Sao Paulo, Fondazione Tàpies, Barcellona, 9 Biennale di Istanbul e al PS1 Contemporary Art Center di New York.
Dal 2008 Yael Bartana lavora anche in Polonia, realizzando vari progetti dedicati alla storia delle relazioni tra polacchi ed ebrei e il suo impatto sull’identità dei polacchi di oggi.
Si è fatta conoscere dal pubblico e dalla critica grazie alla riscrittura immaginifica della recente storia europea che caratterizzava le sue prime opere (la "Trilogia Polacca"), in cui rielaborava incubi e codici della propaganda politica della seconda guerra mondiale.
Nei suoi video sono mescolate le esperienze collettive e i comportamenti relazionali inerenti le questioni etniche, sociali e di genere che sottendono il percorso di formazione di un'identità culturale e nazionale. Caratteristica peculiare dei suoi lavori sono le immagini che subiscono dilatazioni, rallentano, si concatenano divenendo vere e proprie performance.
L’opera di Yael Bartana indaga la società e la politica.
Nel corso degli ultimi anni è diventata nota per i suoi effetti grafici complessi soprattutto nella fotografia, film, video e con opere sonore e installative.
Nonostante il suo lavoro fosse già conosciuto al pubblico dell’arte contemporanea in Europa, la prima occasione per far conoscere il suo lavoro al pubblico americano è stata alla fine del 2008.
Il suo lavoro è un continuo rimando a materiale di documentazione e momenti di intera fiction.
Nel suo video Kings of the Hill (2003) Bartana riflette sui simboli culturali israeliani e i loro rituali di socializzazione. Bartana assume la posizione dell’antropologo osservando un settore particolare della popolazione maschile della classe media occidentale. Una lettura lontana dalle circostanze fisiche che hanno ispirato il progetto, permette al pubblico una visione parziale dei racconti e dei miti che sottendono l’opinione pubblica circa la società Israeliana, le sue regole e i suoi valori.
Alla Biennale di Venezia, Yael Bartana presenta tre video: May Koszmary (Incubi) (2007), Mur i wieza (muro e torre) (2009) e Zamach (Assassinio) (2011).
Questi tre video ruotano attorno all’attività del Movimento per la rinascita degli ebrei in Polonia (Jewish Renaissance Movement in Poland, JRMiP), un gruppo di giovani ebrei che auspica il ritorno di 3 milioni e 300 mila ebrei da tutto il Mondo, che “risveglino” il Paese dallo stato vegetativo in cui versa, quasi un esperimento di psicoterapia collettiva per un popolo che deve superare i traumi della coscienza storica.
I film raccontano di una nazione lacerata da nazionalismi e militarismi; in tutto il Padiglione Polacco sono centrali i temi del’Olocausto, del diritto al ritorno dei Palestinesi in Polonia, il problema dell’antisemitismo (ancora attuale), sogni sionisti e storie sui coloni israeliani. Bartana ancora una volta si trasforma in antropologa e analizza il potere alla base della società israeliana e di quella polacca, per mezzo di un’indagine coraggiosa sull’identità individuale, nazionale e collettiva. L’artista auspica, in questa sorta di trilogia filmica, l’avvento al potere del Jewish Renaissance Movement in Poland (lei stessa fa parte del New Left Party).
Nel primo video della serie, Mary Koszmary, un giovane leader della Nuova Sinistra tiene un discorso, simile ad un comizio politico, nello Stadio Nazionale di Varsavia, completamente vuoto e abbandonato. Il film riprende i video di propaganda dell’ultima guerra mondiale, ed è un continuo intreccio di tematiche scottanti: dalla questione dell’antisemitismo oggi, alla nostalgia per quell’intelighenzia liberale polacca rappresentata da personalità ebree, e infine l’auspicato ritorno ad Israele.
Dice l’artista: “I miei ultimi lavori non riguardano solo polacchi o ebrei. Presentano una situazione universale della impossibilità di convivere insieme”.
Nel terzo e ultimo video dell’installazione, Bartana però si interroga su un futuro prossimo per la Polonia, quello in cui verrebbe assassinato il leader del Movimento per il rinascimento ebraico in Polonia. Attraverso la morte simbolica del leader viene unificato il mito di un movimento politico nuovo, considerato un progetto concreto, realizzabile in un futuro prossimo in Polonia o in Europa o forse nel Medio Oriente.
A questo punto sono molteplici le domande: si tratta di un vero funerale? L’artista auspica veramente il ritorno dei palestinesi in Polonia o un ritorno degli ebrei polacchi ad Israele? Tutto ciò che abbiamo visto finora è vero o è interamente frutto di finzione artistica? E’ attivismo politico o provocazione artistica?
Per il lavoro che Yael Bartana presenta alla Biennale del 2011, si può utilizzare il termine Docufiction (o docu-fiction), un neologismo che fa riferimento alla combinazione cinematografica tra fiction e documentario. Davanti ai suoi video, infatti, tutto sembra reale; lo spettatore non capisce mai fino in fondo se si tratti di veri e propri documentari o di un film realisticamente ben riuscito.
In senso lato, però, il Padiglione Polacco porta alla luce (insieme anche al Padiglione Romania) cosa voglia dire per questi Paesi del Ex blocco Comunista dover affrontare oggi l’ingresso nell’Unione Europea.
Se quindi la posizione degli ebrei in Polonia può essere ancora problematica perché cittadini accomunati da tradizioni, cultura e religione diverse da quelle del Paese Polacco (dichiaratamente cattolico), è altrettanto problematica la presenza dell’intera Repubblica Polacca all’interno di un Unione, quella Europea, da cui loro stessi si sentono lontani per gli stessi motivi politici, sociologici e quindi culturali, religiosi e, non ultimi, economici. Il fatto che la Polonia debba far fronte ad un’Europa capitalista, dopo un’esperienza forte come quella comunista, crea non pochi problemi alla base della società, dell’ordine pubblico e di una supposta perdita di identità nazionale. E’ interessante però vedere come il mondo artistico e culturale di questi Paesi (Polonia, Romania, Ungheria) stia rispondendo alla pretesa di integrazione in Europa con una forte rivalutazione della propria identità nazionale.
Photo: Yael Bartana, Zemach, 2011